p 202 .

Paragrafo 1 . Natura e tolleranza.

     
Baruch   (Benedetto)   Spinoza  speriment  sulla   propria   pelle
l'aggressione  in  nome della verit(2). La  sua  famiglia  si  era
trasferita in Olanda, cacciata dalla Spagna prima e poi  anche  dal
Portogallo in seguito alla persecuzione dei re cattolici contro gli
ebrei.  L'Olanda  era  senza dubbio il  paese  dove,  in  un'Europa
insanguinata  e  divisa  dalle  guerre  di  religione,  le  diverse
confessioni  religiose  riuscivano  a  convivere  meglio   che   da
qualsiasi altra parte; ma all'interno di ciascuna di esse  dominava
un  forte  rigore dogmatico, in particolare nella comunit ebraica,
che cercava cos di mantenere una propria

p 203 .

unit  di  fronte alle persecuzioni che l'avevano colpita.  Spinoza
subisce e vuole combattere questo spirito di intolleranza.
     Dal  momento  che l'elemento religioso domina  la  politica  e
tende  a condizionare fortemente la scienza e la filosofia, Spinoza
ritiene  di  dovere  affrontare, in via  preliminare,  il  problema
teologico  e  le  relazioni tra religione  e  politica.  Dalle  sue
riflessioni  su  questi  temi  scaturisce  il  Trattato  teologico-
politico(3),  nel quale sostiene che tra fede e filosofia  non  pu
esistere  alcun tipo di interferenza e, soprattutto, che gli  stati
devono  riconoscere  il  diritto alla  libert  di  pensiero  e  di
espressione del pensiero.
     Spinoza  arriva  a queste conclusioni partendo  da  un'analisi
razionale  dei fenomeni religiosi in genere e delle Sacre Scritture
in particolare. Ci che si  presentato nella storia come religione
  quasi  sempre riconducibile alla superstizione, che "ha origine,
vive  e  prospera" grazie alla paura(4). E, siccome la paura    un
aspetto della natura umana, "Tutti gli uomini sono sottoposti  alla
superstizione per legge di natura (checch ne dicano coloro i quali
opinano  che la superstizione nasca dal fatto che tutti  i  mortali
hanno della divinit una confusa nozione)"(5).
     Se  si  pensa  che  una caratteristica della  superstizione  
quella  di  essere "varia e incostante" e di potere  essere  difesa
solo dalla "speranza, dall'odio, dall'ira e dalla frode, perch, in
verit la superstizione non procede dalla ragione ma soltanto dalla
passione,  e  proprio  da  quella pi violenta"(6),  allora  appare
chiaro  che  tutte  le religioni professate sono assimilabili  alla
superstizione:  non  sono  governate - come  pretenderebbero  -  da
princpi immutabili, ma dal continuo cambiare posizione, introdurre
novit,  suscitare dispute. E questa incostanza   stata  causa  di
"molti  tumulti e di atroci guerre",  stata utilizzata dai sovrani
per "avere gli uomini in soggezione", per costringerli a combattere
"per  la  loro schiavit come se si trattasse della loro salvezza",
per  far loro credere "non vergognoso ma onorevole in massimo grado
spendere  il  sangue  e  la  vita per la  millanteria  di  un  uomo
solo"(7).  Spinoza  si meraviglia di "vedere  come  uomini  che  si
vantano  di  professare la cristiana religione, cio una  religione
d'amore,  di  gaudio, di pace, di moderazione e  di  fiducia  verso
tutti,  litigassero  con  animo pi  che  iniquo,  e  si  odiassero
costantemente  l'un l'altro con tanta tenacia da far  conoscere  la
loro  fede  pi facilmente da questi sentimenti che da  quelli  del
cristianesimo"(8). E questo comportamento non  una prerogativa dei
cristiani,  ma  accomuna i seguaci di tutte le religioni:  "Gi  da
lungo tempo, infatti, le cose sono arrivate a tal punto che non  ,
quasi, pi possibile distinguere il Cristiano, il Turco, l'Ebreo  e
il  Pagano  se non dal portamento esteriore e dal culto  [...],  la
condotta  in tutti la stessa"(9).
     
     p 204 .
     
     La luce naturale della ragione non solo non splende per quanti
sono  vittima  della superstizione, ma addirittura  viene  da  essi
disprezzata e spesso condannata come fonte di empiet; le "finzioni
degli  uomini" sono considerate "documenti divini" e  la  credulit
viene scambiata per fede. Ma solo la ragione, libera da pregiudizi,
pu sottrarre le Sacre Scritture e i fondamenti della religione  al
dominio  della superstizione. Per questo Spinoza si accinge  ad  un
esame critico e razionale dei Testi Sacri.
     
L'insegnamento morale della Bibbia.
     
Spinoza  si propone di interpretare il testo sacro facendo  ricorso
alle sole tecniche filologiche. I risultati di questa indagine sono
straordinari: essa dimostra la non originalit del Pentateuco,  ma,
soprattutto, evidenzia che la Scrittura non si propone di divulgare
verit speculative, ma semplicemente insegnamenti morali. Nei primi
due   capitoli  del  Trattato  teologico-politico,  dedicati   alla
profezia  e  ai  profeti, Spinoza mostra come il  linguaggio  della
Scrittura  muti  con  il cambiare dei tempi  e  delle  persone  che
scrivono(10),  che  esso  nasce non tanto  dall'uso  della  ragione
quanto dal ricorso all'immaginazione(11), che la rivelazione divina
non  accresce  assolutamente il livello di conoscenza  dei  profeti
rispetto  alla  realt  del  mondo  e  ai  suoi  fenomeni(12).   Le
conoscenze dei profeti erano quelle tipiche del loro popolo e della
loro  epoca, ma questo  irrilevante se non si legge la Bibbia come
fonte di conoscenza razionale della realt(13).
     Rispetto  alla conoscenza delle cose naturali e  spirituali  i
profeti  non  costituiscono alcun tipo di "fonte": essi "ignorarono
effettivamente" tutto ci "che non ha alcun rapporto con la piet e
con  la vita morale". Pertanto "non siamo tenuti a prestar fede  ai
Profeti  se non per quanto concerne lo scopo e il fondamento  della
rivelazione;  in  tutto  il resto, ciascuno    libero  di  credere
secondo il proprio consiglio"(14).
     
     p 205 .
     
     Da  quanto detto sin qui deriva che, per ci che non  riguarda
le  questioni  morali, la Scrittura pu contenere affermazioni  che
risultano false alla luce di un esame razionale. Spinoza, comunque,
accetta  il carattere sacro della Bibbia e, al tempo stesso,  vuole
esaminarne  il  testo, alla luce della ragione, esclusivamente  per
quello  che dice. Ma come pu la ragione umana arrogarsi il diritto
di  dichiarare  falsa una affermazione della Sacra  Scrittura?  Nei
capitoli quarto e sesto del Trattato teologico-politico, Spinoza fa
vedere  come  nella  stessa  Bibbia    raccomandato  l'uso   della
ragione(15).  Con  una  operazione quanto  meno  spregiudicata,  il
filosofo   olandese  vuole  trovare  nella  Sacra   Scrittura   una
giustificazione  - e quindi una sorta di autorizzazione  -  all'uso
della  ragione, anche per dimostrare la falsit della maggior parte
delle affermazioni della stessa Scrittura.
     
La libert del pensiero.
     
Avendo  sottratto  alla  Bibbia la funzione  di  depositaria  della
Verit,  Spinoza  convinto di aver eliminato alla radice la  causa
dei conflitti sanguinosi combattuti in nome della religione: se non
esiste  la Verit rivelata nel testo sacro non pu esistere nemmeno
l'eresia,  cio  l'affermazione di una  Verit  diversa  o  di  una
diversa interpretazione di quella Verit.
     Fatte  salve  le questioni morali, sulle quali  soltanto  deve
fondarsi  la vera religione, come abbiamo visto, ciascuno   libero
di credere quello che vuole secondo il proprio consiglio.
     Filosofia e teologia (con teologia Spinoza si riferisce a  ci
che  pi  correttamente si dice fede) non hanno alcun rapporto  fra
loro:   "Dimostreremo,  infatti,  come  la  Scrittura  non  insegni
dottrine  filosofiche,  ma  soltanto  la  piet,  e  che  quanto  
contenuto  nella  Scrittura  fu  adattato  alla  mentalit  e  alle
preconcette  opinioni del volgo. Coloro, pertanto, che  credono  di
poter  piegare la Scrittura alla Filosofia, verranno ad  attribuire
ai  Profeti  molte opinioni che questi non hanno avuto  neppure  in
sogno,  ed  a falsare in tutto il loro pensiero; coloro,  poi,  che
fanno  la  Ragione  e la Filosofia ancelle della Teologia,  saranno
costretti ad ammettere come cosa divina i pregiudizi di un volgo di
epoca antichissima, e ad ingombrare ciecamente di questi pregiudizi
la propria mente. Sono tutti pazzi
     
     p 206 .
     
     costoro, perci; gli uni senza ragione, gli altri anche con la
loro ragione"(16).
     La  ragione   quindi libera di cercare la verit, sgombra  da
ogni pregiudizio. Ed ecco che anche per Spinoza si pone il problema
di   eliminare   dall'intelletto  quanto  di   preconcetto   vi   
sedimentato,  per  poterlo  mettere in grado  di  svolgere  la  sua
funzione conoscitiva. Anche per lui sembra ripetersi il destino che
accomuna i filosofi del Seicento: non  possibile fare filosofia se
non scrollandosi di dosso la Filosofia.
     Alla  purificazione  dell'intelletto  dai  pregiudizi  Spinoza
dedica   un   breve   saggio,  rimasto  incompiuto,   il   Trattato
sull'emendazione   dell'intelletto   (Tractatus   de    intellectus
emendatione). In esso sostiene che la via per conoscere  la  verit
deve   partire  dalle  facolt  naturali,  innate,  dell'intelletto
stesso.  Nella  realizzazione delle  cose  materiali  -  fa  notare
Spinoza - sono necessari degli strumenti: ad esempio, per modellare
il  ferro  occorre un martello e per fare il martello occorrono  un
altro  martello  e  altri strumenti, per avere  i  quali  si  dovr
ricorrere  ad altri strumenti ancora; ma questo non  processo  che
va  all'infinito;  "Gli uomini al principio  con  strumenti  innati
poterono  fare  alcune  cose  molto  facili,  seppure  a  fatica  e
imperfettamente  e con queste cose cos fatte ne fecero  altre  pi
difficili  e con minore fatica", e cos via, fino a produrre  tante
cose  molto difficili e con poca fatica(17). Lo stesso procedimento
si  pu applicare all'intelletto: esso "per la sua forza innata  si
procura  strumenti intellettuali, con i quali acquista altre  forze
per  altre  opere intellettuali, e da queste opere altri  strumenti
ossia  la potenza di ricercare ulteriormente, e cos procede  grado
per grado fino a raggiungere il culmine della sapienza"(18).
     L'intelletto,   utilizzando  i  propri  strumenti   innati   e
volgendosi al proprio interno, non pu che trovarvi ci che  gli  
proprio,  cio  le  idee.  La  conoscenza    quindi  attivit   di
riflessione,  "idea  della  idea"(19). Tra  le  idee  che  popolano
l'intelletto  (vere, false o dubbie, fittizie)  la  riflessione  si
volger  all'idea dell'Essere perfettissimo, superiore a  tutte  le
altre(20).
     
Il problema della sostanza.
     
"Dio,  ossia  la sostanza costituita da una infinit di  attributi,
ciascuno  dei  quali esprime un'essenza eterna e  infinita,  esiste
necessariamente"(21).
     Questa affermazione di Spinoza  sostenuta, ovviamente, da una
dimostrazione; anzi da una dimostrazione a priori, di tipo  logico,
e  da  una a posteriori, "affinch la dimostrazione fosse percepita
pi facilmente"(22). L'argomentazione  incentrata sul concetto  di
sostanza.
     
     p 207 .
     
     Come abbiamo visto per Locke, e come vedremo per Leibniz,  con
la   diffusione  del  pensiero  cartesiano  diventa   centrale   la
discussione sulla sostanza, cio su ci che fa s che le cose siano
come sono. Locke, come il saggio indiano, dice che della sostanza -
che  sicuramente  esiste - non si pu parlare, perch  non  si  pu
conoscere.  Descartes, secondo Spinoza, ha attribuito il  carattere
della  sostanza a qualcosa che non  sostanza, cio non   sostrato
ultimo,  fondamento della realt: l'estensione e il pensiero  hanno
la  causa della loro esistenza in qualcosa che  esterno a loro, in
Dio, che, per il filosofo olandese,  la vera e unica sostanza.
     "Intendo  per  causa  di s (causa sui)  ci  la  cui  essenza
implica  l'esistenza, ossia ci la cui natura non si pu  concepire
se  non esistente"(23). "Intendo per sostanza ci che  in s e per
s  si  concepisce: vale a dire ci il cui concetto non ha  bisogno
del   concetto  di  un'altra  cosa  dal  quale  esso  debba  essere
formato"(24).
     Partendo  da  queste  due definizioni si deve  necessariamente
concludere  che la sostanza  una, infinita e indivisibile,  e  che
essa coincide con Dio(25).
     Questa  concezione di Dio, che emerge fino dalle prime  pagine
dell'Etica(26),  profondamente diversa da quella della  tradizione
ebraico-cristiana. Se Dio coincide con l'unica sostanza, niente pu
esistere  "al di fuori" di lui, perch tutte le cose che  sono  non
solo  esistono in quanto causate dalla sostanza, ma esistono stando
su la sostanza, cio hanno in essa il loro fondamento. Dio non   -
come nella religione tradizionale - una causa esterna al mondo,  il
creatore che, dopo aver creato, rimane autonomo dalle sue creature;
in  quanto sostanza di tutte le cose, Dio  in tutte le cose,  cos
come tutte le cose sono in Dio.
     Viene   meno   in   questo  modo  una  delle   caratteristiche
fondamentali  del Dio della tradizione religiosa, la  trascendenza.
Come per Giordano Bruno, anche per Baruch Spinoza Dio  immanente a
tutte le cose che sono(27).
     Se  tutte le cose che sono costituiscono la Natura, Dio  perde
ogni  caratteristica sovrannaturale per identificarsi con la Natura
stessa:  Deus  seu  Natura  ("Dio, ossia la  Natura"),  secondo  la
celebre definizione di Spinoza(28). Sostanza, Dio e Natura sono  la
stessa ed unica cosa.
     
     p 208 .
     
     In  questa identit fra Dio e tutte le cose non c' spazio per
una  visione creazionistica e il rapporto fra Dio e la molteplicit
degli  enti  che  costituiscono la  Natura    risolto  da  Spinoza
sostenendo che gli enti sono attributi e modi dell'unica sostanza.
     Dio, cio la sostanza, ha infiniti attributi(29). L'intelletto
umano non pu cogliere l'infinit degli attributi della sostanza  e
si  limita a percepire quei due che Descartes indicava erroneamente
come sostanze: il pensiero e l'estensione(30).
     A  loro  volta  gli  attributi non si  presentano  in  maniera
indifferenziata:  infatti  essi si  manifestano  in  infiniti  enti
estesi  e  in infiniti pensieri. Questi enti materiali o spirituali
sono  realt  individuali,  sono chiamati  da  Spinoza  modi(31)  e
rappresentano una sorta di attributo dell'attributo.
     Ciascun  ente  non  ha  una realt  autonoma,  ma    solo  un
particolare aspetto della sostanza, che  unica, infinita  e  tutto
comprende in s. Certamente  innegabile che esista, ad esempio, un
distinzione empirica tra un corpo e un altro, ma ci non annulla la
dipendenza  ontologica  del  modo, cio  del  singolo  ente,  dalla
sostanza che ne  la causa prima ed unica(32).
     
Natura naturans e Natura naturata.
     
All'interno  della  sostanza,  che    unica,  esiste  inoltre  una
diversificazione, in base alla quale percepiamo la natura come  una
molteplicit  di  enti. Questa differenza  data dalla  distinzione
fra Natura naturans e Natura naturata.
     Dio,  cio  la sostanza, cio la Natura,  - come gi  abbiamo
visto - "causa di s", "ci che  in s ed  concepito per s".  In
questo  senso Dio  considerato come assoluto, svincolato e  libero
da  qualsiasi  altra cosa. Ma, al tempo stesso,  Dio    anche  gli
infiniti attributi e modi con cui si manifesta. E gli attributi e i
modi, per la loro stessa natura, non sono concepibili di per s, ma
devono  essere riferiti a un soggetto, a una sostanza; hanno  nella
sostanza  la  causa della loro esistenza e della loro essenza.  Per
Spinoza Dio, in quanto assoluto e causa degli attributi e dei modi,
  Natura  naturans; in quanto infiniti attributi e modi    Natura
naturata.  La  Natura  come causa di s (naturans,  "naturante")  
anche causa di tutti i suoi attributi e modi (naturata)(33).

p 209 .

Libert e necessit
     
Dio,  in  quanto Natura naturans, non  assolutamente  limitato  da
nulla; si pu quindi dire che  assolutamente libero: "Dio soltanto
 causa libera"(34). Ma affermare che Dio sottost solo a se stesso
assolutamente  libero non vuol dire che egli goda  di  una  libert
assoluta: chi non  condizionato da nulla che gli sia esterno e che
lo  induca  o  costringa ad essere o ad agire  in  una  determinata
maniera  indubbiamente libero, anche se poi il suo essere e il suo
agire  determinato e condizionato dalla sua stessa natura. A nulla
deve  sottostare Dio se non a se stesso: questo  il  limite  della
sua  libert. "Dio soltanto, infatti, esiste per la sola  necessit
della sua natura e agisce per la sola necessit della sua natura. E
quindi egli soltanto  causa libera"(35).
     Gli  infiniti attributi e modi della sostanza, cio la  Natura
naturata,   discendono,  secondo  un  processo  di   causa-effetto,
necessariamente dalla sostanza, Natura naturante.
     Nel  mondo  di  Spinoza,  in realt, non  c'  spazio  per  la
libert, se per libert si intende possibilit di scelta. La  "sola
necessit  della  sua  natura" fa s che di fronte  a  Dio  non  si
presenti  una  infinita gamma di "mondi possibili",  come  sosterr
Leibniz(36): l'unico mondo possibile  questo, uno, indivisibile ed
eterno.
     A  questo punto  forse pi facile capire il timore di Spinoza
per le accuse di "ateismo" che circolavano nei suoi confronti: dopo
aver  tolto  a  Dio la trascendenza, gli toglie di fatto  anche  la
libert; identificato con la Natura, costretto ad agire secondo  le
leggi  ferree del meccanicismo (causa-effetto), Dio lascia il posto
a  un  panteismo  immanentistico che pu benissimo trasformarsi  in
materialismo e sostanziale ateismo.
     
Il metodo geometrico.
     
La  conoscenza della sostanza, o meglio di quei modi  e  di  quegli
attributi  che  sono  conoscibili dall'intelletto  umano,  si  deve
basare  -  secondo Spinoza - su un rigoroso metodo deduttivo,  come
quello  "usato  negli Elementi di Euclide e degli  altri  geometri,
secondo  cui  le  proposizioni e le relative dimostrazioni  vengono
fatte seguire a premesse definizioni, postulati e assiomi"(37).  Si
tratta,  quindi,  di un metodo matematico, la cui  estensione  alla
filosofia  si  deve  senza dubbio a "quel fulgentissimo  astro  del
nostro  secolo"(38) che  Descartes, il quale per si  limitato  a
usare   quella   variante   del   procedimento   matematico   detta
"analitica"(39).
     
     p 210 .
     
     Spinoza,  invece,  opta per il procedimento tradizionale,  che
chiama "sintetico" ed  fondato, come abbiamo detto, sulla serie di
definizioni, postulati, assiomi, teoremi e dimostrazioni(40).
     Con  questo  metodo, come nella geometria euclidea,  tutto  il
contenuto  della  conoscenza  gi presente nella definizione.  Per
chiarire, Spinoza usa l'esempio della definizione del cerchio:  "E'
una  figura che viene descritta da una qualsiasi linea di  cui  una
estremit    fissa, l'altra mobile"(41). Da questa definizione  si
possono  dedurre  tutte  le  caratteristiche  e  le  propriet  del
cerchio,  ad  esempio che "tutte le linee condotte dal centro  alla
circonferenza  sono uguali"(42). Se osserviamo la definizione  data
da  Spinoza    facile vedere che essa consiste  nella  descrizione
della  costruzione di un cerchio: spiega cio l'oggetto da definire
attraverso  la sua causa. E questa  - per il filosofo  olandese  -
una  regola  irrinunciabile:  "La  definizione  deve  contenere  la
causa". Se si tratta di definire un oggetto "creato", la causa sar
la  "causa prossima", cio immediata (nel caso del cerchio la linea
e  non  la  mano  che  la  muove); se  invece  si  tratta  di  cosa
"increata", la definizione non dovr fare ricorso a cause  esterne,
ma  spiegare l'oggetto riferendosi solo al suo essere(43). Inoltre,
in  quest'ultimo  caso,  non  devono  assolutamente  restare  dubbi
sull'esistenza della cosa "increata" definita.
     Questo   il metodo che abbiamo visto usare nell'Etica:  tutto
si  fonda sulla definizione di sostanza, e da questa definizione si
snoda la lunga serie di dimostrazioni che porta all'affermazione di
una  molteplicit  di verit, sempre e comunque riconducibili  alla
verit  dell'unicit, dell'infinit e dell'eternit della sostanza.
Per  questo  si pu dire che anche il materialismo di Spinoza,  che
trae  origine  dall'accettazione dell'innatismo, ha  un  fondamento
metafisico.
